Si tratta di un progetto fotografico suddiviso in quattro capitoli riguardanti i paesi sconvolti dalle guerre nella ex-Jugoslavia.
Il primo capitolo comprende scatti fatti in Bosnia nel 2005-06 nelle città di
Mostar, Sarajevo, Srebrenica, tristi tappe di un calvario che ha colpito quelle
genti e di cui rimangono molte ferite aperte. Il percorso bosniaco è scaturito
nella ricorrenza del 10° anniversario del massacro di Srebrenica, una drammatica
pagina di una orrenda guerra combattuta a due passi dalla tranquilla Europa,
che ha assistito pressochè indifferente al più grande massacro
di civili dalla fine della Seconda Guerra Mondiale. Ma Srebrenica non è purtroppo
il solo simbolo delle guerre in Bosnia. Ad essa vanno aggiunte le altre città martiri:
Sarajevo, la città che subì il più lungo assedio della
storia moderna, Mostar, la città che, spaccata a metà dalla Neretva,
unita per secoli dal famoso Stari Most, subì mesi di combattimenti tra
croati e bosniacchi che alla fine hanno sancito solo una ancor più forte
divisione. Una parte del capitolo è dedicata ad un passaggio nella Kraina,
al confine tra Bosnia e Croazia, a Bosansko Grahovo e Drvar, dove si scatenarono
le controffensive croate culminate nell’Operazione Tempesta, dove le
rinnovate forze croate “liberarono” territori occupati da genti
serbe da secoli, infliggendo loro vendette intollerabili, provocando la fuga
di migliaia di persone.
Il secondo capitolo si svolge a Vukovar, città croata della Slavonia,
teatro di un terribile assedio da parte delle forza serbe, culminato nella
conquista e nei conseguenti massacri, specie ad opera di forze para-militari.
Le foto sono state scattate in occasione della celebrazione del 15° anniversario
del rientro della città sotto la giurisdizione croata dopo un decennio
di amministrazione fiduciaria europea. La città croata resistette fino
allo stremo a preponderanti forze serbe, divenne il simbolo del martirio croato,
tanto che in quel tempo il nome fu mutato in VukoWar proprio per sottolineare
la situazione terribile vissuta da quella gente.
Tutte queste località sono comunque legate tra loro da un terribile
filo, un filo rosso di sangue e nero di lutti, provocati da una guerra ancor
oggi incomprensibile, ma non per questo meno sanguinaria. Le rovine sono lì a
ricordare un passato ancora presente, dove la ricostruzione è difficile
e non solo in termini tecnici. La costante della morte si respira spesso come
le divisioni ancora profonde che si percepiscono pressoché ovunque.
Le nuove nazioni, nate ancora una volta da una guerra come già avvenne
per la Jugoslavia, caratterizzate da profonde divisioni e uno smembramento
irrimediabile, potranno uscire da questa impasse solo se sapranno trovare una
sponda nei paesi vicini, quelli ad democrazia più fondata, che, memori
anche del loro miope impegno durante le guerre ’91-‘95, oggi devono
offrire concrete possibilità di integrazione in un’Europa allargata,
unico antidoto capace di creare quei definitivi anticorpi alle possibilità che
la guerra ritorni.
Il progetto si completerà con un prossimo capitolo dedicato alla guerra
in Kossovo-Methodia, dove le differenze etniche, unite a interessi esterni,
hanno provocato una terribile pulizia etnica, parola che si credeva scomparsa
dal nostro continente.
E sarà la città di Mitrovica, dove il fiume Ibar ha da sempre
definito la costante della divisione, a rappresentare i risultati della guerra
tra le due etnie.
Oggi, pur con la presenza della forza multinazionale di interposizione, viene
rafforzata questa divisione con la creazione di due città in una, minoranza
serba da una parte e maggioranza albanese dall’altra.
Per finire la città serba simbolo sarà Kragujevac, la città già martire
per gli eccidi compiuti durante l’occupazione nazista, poi assurta a
simbolo dell’industrializzazione socialista con la fabbrica di auto Crvena
Zastava, tanto da divenire la Torino della Jugoslavia.
E anche per questo motivo fu pesantemente bombardata dagli aerei Nato nella
strana “guerra umanitaria” del 1999…
Mostar, Sarajevo, Srebrenica, Vukovar, Bosansko Grahovo, Drvar, Mitrovica,
Kragujevac e molte altre città e villaggi sono stati e saranno le tappe
terribili di una collana di massacri, di torture, di devastazioni.
Ovunque il tempo sembra essersi fermato e si rivive l’angoscia di quei
giorni, e forte sorge un’ interrogativo cui nessuno forse saprà dare
risposta, pesante per le conseguenze, atroce per la mancanza di risposta: perché?
Oggi come domani…
Bruno Maran
Bruno Maran, nato a Padova ove vive e lavora. Inizia a fotografare nel 1969,
collaborando con agenzie fotografiche specializzate nell’automobilismo
sportivo. Si è occupato poi di pubblicità. Dopo anni di lontananza
rientra nel mondo fotografico con la raccolta Riflessi.
Attualmente si occupa di reportage e fotografia sociale. Dal 2001 è fotoreporter
dell’agenzia Stampa Alternativa. Nel 2004 fonda con altri fotografi il
Gruppo Controluce.
Tra le mostre personali: nel 2005 Padova, Palazzo Moroni, Bosnia 2005; Rovigo,
Spazio Fondazione Cassa di Risparmio, Cromatismi; nel 2004, Verona, Miramare
m’Arte e disegn e Mestre, PhotoVideoGallery: Cromatismi, non vi è nulla
di più astratto della realtà; nel 2003 India - Trivandrum, Pescatori
del Kerala, tra passato e presente; nel 2002, Padova, Circolo fotografico PH,
Tracc(i)e di vita.
Significative tra le collettive: nel 2006, Bibbiena, C.I.F.A., Portfolio 2005;
Padova, Palazzo della Ragione, Il Castello sotto il segno del tempo.