Ermanno Foroni sembra, a prima vista, collocarsi apparentemente nella tradizione
del fotogiornalismo del secondo dopoguerra, ma il suo lavoro rivela in
realtà un disinteresse radicale per le esigenze della comunicazione
giornalistica, che vuole l'immagine sensazionale, capace di colpire il
fruitore con la sua violenza o con la sua eccezionaiità.
Per lui, che non lavora per i giornali o per agenzie di stampa ma soltanto
spinto dalla personale passione, la fotografia resta essenzialmente racconto
e questo suo piacere di mostrare agli altri ciò che ha avuto occasione
di vedere si associa ad un grande senso dell'avventura, quasi la smania
di essere là dove pochi altri sono andati.
Così, anche in queste sue immagini, scattate nell'Afghanistan subito
dopo la conclusione della guerra, si avverte l'urgenza di vedere e, insieme,
di fare vedere.
Per questa ragione le fotografie si presentano piuttosto come una specie di
diario di viaggio, in cui annota le immagini seguendo il filo interiore
di rimandi formali, di sensazioni momentanee, di risposte psicologiche alle
situazioni vissute.
Il centro focale d'attenzione per lui è insomma
il normale, ciò che caratterizza la vita quotidiana e così, dei
luoghi dell'Afghanistan che ha visitato, ci ha riportato il lento recupero
di abitudini e di ritmi esistenziali da tempo perduti.
Sintomatica appare un'immagine
di Kabul con una persona che spinge un carretto sullo sfondo delle rovine,
perché richiama irresistibilmente un'analoga fotografia della Berlino
del 1945, a riprova della capacità che ha Foroni di cogliere l'essenza
delle situazioni.
Il suo sguardo si volge perciò al povero mercato, alle attese della
gente, ai giochi dei ragazzini, al variare delle stagioni che rendono
ancora più precaria l'esistenza.
A dimostrare che non è il sensazionale che lo interessa, vengono infine
le immagini scattate nell'ospedale di Emergency e nel centro di riabilitazione
fisica della Croce Rossa a Kabul dei medici italiani Gino Strada e Alberto
Cairo, dove i mutilati dalle mine vengono curati e dotati di protesi.
Le fotografie riescono a mostrare la "normalità" di una situazione
tragica, la necessità di convivervi e la capacità della gente
di adattarvisi.
Allo stesso modo le immagini del manicomio di Jahlalabad, con i ricoverati
alla catena, rivelano chiaramente che Foroni non ha ceduto alla tentazione
di stravolgere la realtà e far passare per inutile crudeltà,
per sadismo, ciò che quotidianamente si presenta come una necessità dettata
dall'assenza totale di assistenza e di strutture protettive adeguate.
Massimo Mussini
docente di Storia dell'Arte Moderna
Università di Parma
Testo tratto da "RE VISIONI Ricerche fotografiche a Reggio Emilia"