Ermanno Foroni

Afghanistan 2002

Ermanno Foroni

Ermanno Foroni sembra, a prima vista, collocarsi apparentemente nella tradizione del fotogiornalismo del secondo dopoguerra, ma il suo lavoro rivela in realtà un disinteresse radicale per le esigenze della comunicazione giornalistica, che vuole l'immagine sensazionale, capace di colpire il fruitore con la sua violenza o con la sua eccezionaiità.
Per lui, che non lavora per i giornali o per agenzie di stampa ma soltanto spinto dalla personale passione, la fotografia resta essenzialmente racconto e questo suo piacere di mostrare agli altri ciò che ha avuto occasione di vedere si associa ad un grande senso dell'avventura, quasi la smania di essere là dove pochi altri sono andati.
Così, anche in queste sue immagini, scattate nell'Afghanistan subito dopo la conclusione della guerra, si avverte l'urgenza di vedere e, insieme, di fare vedere.
Per questa ragione le fotografie si presentano piuttosto come una specie di diario di viaggio, in cui annota le immagini seguendo il filo interiore di rimandi formali, di sensazioni momentanee, di risposte psicologiche alle situazioni vissute.
Il centro focale d'attenzione per lui è insomma il normale, ciò che caratterizza la vita quotidiana e così, dei luoghi dell'Afghanistan che ha visitato, ci ha riportato il lento recupero di abitudini e di ritmi esistenziali da tempo perduti.
Sintomatica appare un'immagine di Kabul con una persona che spinge un carretto sullo sfondo delle rovine, perché richiama irresistibilmente un'analoga fotografia della Berlino del 1945, a riprova della capacità che ha Foroni di cogliere l'essenza delle situazioni.
Il suo sguardo si volge perciò al povero mercato, alle attese della gente, ai giochi dei ragazzini, al variare delle stagioni che rendono ancora più precaria l'esistenza.
A dimostrare che non è il sensazionale che lo interessa, vengono infine le immagini scattate nell'ospedale di Emergency e nel centro di riabilitazione fisica della Croce Rossa a Kabul dei medici italiani Gino Strada e Alberto Cairo, dove i mutilati dalle mine vengono curati e dotati di protesi.
Le fotografie riescono a mostrare la "normalità" di una situazione tragica, la necessità di convivervi e la capacità della gente di adattarvisi.
Allo stesso modo le immagini del manicomio di Jahlalabad, con i ricoverati alla catena, rivelano chiaramente che Foroni non ha ceduto alla tentazione di stravolgere la realtà e far passare per inutile crudeltà, per sadismo, ciò che quotidianamente si presenta come una necessità dettata dall'assenza totale di assistenza e di strutture protettive adeguate.

Massimo Mussini
docente di Storia dell'Arte Moderna Università di Parma
Testo tratto da "RE VISIONI Ricerche fotografiche a Reggio Emilia"